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Eliana Piacentini – Inseguendo Itaca

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Inseguendo Itaca è il polifonico racconto di un ritorno: quello dell’eroe omerico Odisseo, che affronta mille peripezie pur di riapprodare alla sua isola e ritrovare i suoi affetti. Non soltanto. Questi testi poetici parlano a ciascuno di noi, agli innumerevoli tragitti che ogni esistenza disegna: tutti inseguiamo una meta, che sia Itaca o altro miraggio, tutti siamo protagonisti di questa singolare avventura che è la vita. Rivolgendo lo sguardo a quelle emozioni universali che determinano il nostro cammino di uomini, Inseguendo Itaca è perciò una poesia dell’umana vicenda. Mostri, abissi e creature meravigliose ci attendono dietro ogni angolo. L’unica via per tornare sul trono e svelare pienamente noi stessi è sfidare il mare aperto.

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Descrizione

Eliana Piacentini (Viterbo, 1981) è docente di Discipline letterarie e latino. Si è occupata del rapporto tra poesia e mondo giovanile nel suo I giovani e la poesia: un’alleanza possibile in «Nuova Secondaria», n. 5, gennaio 2022. Con Inseguendo Itaca pubblica la sua prima raccolta poetica.

1 recensione per Eliana Piacentini – Inseguendo Itaca

  1. Maria Giuseppina Burla

    Recensione del testo poetico “Inseguendo Itaca” di Eliana Piacentini
    di Maria Giuseppina Burla

    In un contesto letterario che spesso abusa del mito greco di Ulisse, Eliana Piacentini compie in “Inseguendo Itaca” un’operazione coraggiosa e intensamente lirica. In uno stile sobrio di liberi versi, con parole nette, precise, talora pungenti, profonde, impastando prosa e poesia muta il cammino di Ulisse in un’indagine poliedrica sull’uomo.
    Il testo colpisce per la sua veemenza emotiva: il ritorno a casa non è un semplice spostamento geografico, ma una difficoltosa elaborazione di sé per riconquistare gli affetti e la vita.
    Nel leggere l’opera provo un’emozione profonda, non di semplice spettatore, ma di compagno di viaggio di Ulisse e di Penelope; anche lei ha affrontato un cammino interiore lungo venti anni, forse più duro di quello del suo sposo.
    Mi ritrovo immersa in una narrazione che non racconta solo di miti lontani, ma che scava, con delicatezza e forza, nelle terre più intime dell’anima, quelle dell’attesa, della perdita e del bisogno di ritornare a casa. Percepisco la fragilità di Telemaco che cerca se stesso nel vuoto di un padre assente; vivo il ricordo di una madre che non c’è più: “Ho bisogno di sentirti / carne e respiro”; guardo con Euriclea l’antica ferita. Quel momento fisico diventa una metafora spirituale: “solo le anime affini / riconoscono / le ferite”; un gesto di estrema umiltà e cura rivela alla vecchia nutrice l’identità del bambino che una volta ha accudito e amato. L’autrice eleva la cicatrice, dettaglio epico, a un piano universale: siamo riconoscibili solo a chi ci ha guardato davvero, a chi conosce le nostre debolezze e non solo i nostri successi.
    Tuttavia, a mio parere, il messaggio più profondo dell’opera si condensa in un’immagine, inserita nel testo “Le Sirene”, che può essere l’esegesi del libro: l’istante in cui il protagonista, dismessi i panni dell’eroe leggendario, ritrova la sua umanità più nuda. E’ in questo momento che le parole di Ulisse risuonano con una forza devastante: “Risveglio la coscienza / come stordito / mi riscatto / alla vita”. Tali righe rappresentano quel “passaggio di stato” traumatico e necessario che separa il fantasma dell’errante dall’uomo che torna a esistere. Lo stordimento non è debolezza, ma lo shock benefico della realtà che irrompe dopo anni di mito e di assenza: l’affrancamento non avviene attraverso un atto eroico o una vittoria militare, ma tramite l’accettazione della propria fragilità. Riscattarsi alla vita significa pagare il prezzo del dolore passato, ammettere di essersi persi, per ottenere il diritto di esistere di nuovo nel “qui e ora”, tra gli affetti familiari. Attraversando la fase di confusione che precede la rinascita l’Ulisse di questo libro, riconoscendo di essere vulnerabile e smarrito, può finalmente dire di essere vivo.
    L’eroe greco percepisce di essere “Un altro, eppure lo stesso”. Un altro è l’uomo segnato dal dolore e dalle perdite: l’Ulisse che torna non è quello che è partito, porta su di sé le cicatrici di vent’anni di assenza, è mutato interiormente. Eppure è lo stesso: la sua identità resiste; nonostante le trasformazioni, il nucleo profondo, quello che Penelope sa riconoscere oltre le rughe e i silenzi, è rimasto intatto. La continuità dell’anima, nonostante il naufragio, ritrova il proprio filo conduttore: non si torna mai uguali, ma interi. E’ la vittoria dell’umanità sul mito. Ulisse, dunque, non torna solo con un corpo segnato, ma con uno sguardo ribaltato. E’ dalle profondità di se stesso che ora riesce a guadare il mondo: non una visione superficiale o intellettuale; è una consapevolezza che nasce dal basso, dal dolore del naufrago e dal silenzio dell’isolamento. Suggerisce che Ulisse, per vedere davvero, sia dovuto scendere negli abissi della propria anima, toccando il fondo della sua solitudine. E il ritorno a Itaca non è ritorno al passato, ma l’inizio di una nuova percezione: egli vede con gli occhi nuovi di chi ha perso tutto e proprio per questo, sa dare il giusto valore a ogni cosa. E’ il superamento della cecità dell’orgoglio di chi voleva sfidare i propri limiti. E poi la scoperta più grande: Ulisse comprende che nulla resta uguale: il tempo passa, i compagni muoiono, Telemaco cresce, Penelope invecchia. Accettare l’“impermanenza della vita” significa smettere di lottare contro il tempo e iniziare a godere ogni istante presente. E’ la fine dell’ansia del domani o del troppo lontano.
    In questo delicato equilibrio di assenza e presenza, emerge la figura di Penelope, non più semplice ombra in attesa, ma vera ancora del riscatto, che ferma ogni “folle volo” e costringe Ulisse a guardarsi dentro. Se il mare è stato per Ulisse il luogo della dispersione e dello smarrimento dell’io, Penelope rappresenta la terra ferma della coscienza, colei che ha custodito il tempo e l’attesa. “Risvegliare la coscienza”, in questo ambito, significa riconoscere il dolore inflitto accanto a quello subito, accettando che il vero “riscatto alla vita” non avviene nel solcare i mari, ma nel restare. In queste poche parole si compie il miracolo di “Inseguendo Itaca”: la libertà più grande non è fuggire, ma avere un posto a cui appartenere. Nello stordimento del ritrovarsi, il tempo smette di essere un nemico, le ferite non guariscono, ma si trasformano in radici.
    Il cerchio si chiude nella promessa di pace che chiude il testo poetico: “Dal cuore mi si snoda l’eterno”: l’uomo ha trovato nell’amore la sua dimensione infinita. E proprio in quel verbo “snodarsi” è la sintesi ultima: il nodo stretto al petto finalmente si scioglie, aprendo spazio a una luce inesauribile.
    Ma la bellezza di questo verso è nella sua natura speculare; non è un sentimento a senso unico, ma un respiro condiviso, un canto a due voci, il punto d’incontro di due attese diverse che finalmente si fondono. Per Penelope è lo sciogliersi del nodo dell’ansia, di quegli anni trascorsi a tessere e scucire tela e speranza. Per lei l’eterno si snoda perché la sua fedeltà ha vinto il tempo. Per Ulisse è il momento in cui il viaggio smette di essere una linea retta verso l’ignoto. Ripercorrendo il suo passato, ogni tempesta, ogni errore e ogni stordimento trovano finalmente un senso. L’eterno per lui è il ritorno all’origine, ma con la consapevolezza di chi ha visto e sperimentato tutto.
    Per entrambi l’eterno che si snoda dal cuore è la dichiarazione che il loro amore è la vera Itaca, l’unica che non può essere distrutta dal mare. L’eterno, in fondo, non è una meta lontana, ma ciò che resta quando si smette di fuggire e ci si riconosce nell’altro.

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